Accesso nº 3923804 di Sabato 28 Novembre 2020 delle ore 23:37 Benvenuto Ospite.
Buon onomastico a: Giacomo della Marca
L´orgoglio trova sempre un compenso, e non perde mai nulla, neppure quando rinuncia alla vanità. (La Rochefoucauld)
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Sito in Costruzione... ancora un pò di pazienza
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E sempre Grazie per la vostra comprenione...
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Visione Argomento Storia della Mafia Cap. III
Da Nando_56
Di Giovedì 25 Ottobre 2007 00:00
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Da Nando_56
Di Giovedì 25 Ottobre 2007 13:49
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Da Nando_56
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LA STORIA DELLA MAFIA Cap. III
I giorni nostri o Gli ultimi anni:
Mafia e Politica


  Più si va avanti, più si parla di complicità e compiacenze tra mafia e potere.
  In coda a un lungo elogio dattiloscritto seguono le firme di settemila personaggi fra i quali uomini politici, religiosi, avvocati. commercianti e banchieri.
  Il legale fa anche sapere di avere in tasca i telegrammi di un ministro e di trentasei deputati democristiani che ringraziavano il padrino per i voti ricevuti durante le elezioni.
  La mafia, appena scalfita da processi e provvedimenti di polizia, lancia in pista i suoi uomini destinati a far carriera anche in politica.
  È il caso di Vito Ciancimino, il figlio del barbiere di Corleone.
  Il comune di Palermo è l'obiettivo di Ciancimino che mette le mani sulla città negli anni Sessanta stringendola in una morsa che diverrà ancora più ferrea negli anni Settanta.
  Ma di lui i giudici si occuperanno sul serio solo nel 1983.
  E la prima vera condanna per mafia, con una pena di dieci anni di reclusione in primo grado, arriverà solo in un terribile venerdì, il 17 gennaio 1992.
  II verdetto è inequivocabile nel richiamo all'articolo 416 bis, al reato di associazione mafiosa introdotto nel codice penale subito dopo l'agguato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
  La politica è la nuova frontiera scoperta dalle cosche siciliane, con tutta probabilità anche per le influenze dei cugini d'oltreoceano che importano in Italia il pragmatismo e la spregiudicatezza di un'organizzazione che, con il controllo del sindacato, ha provato a condizionare negli Usa settori economici e politici.
  Il modello americano di Cosa Nostra ribalta totalmente quello siciliano tutto proiettato sulle campagne.
  Fra i nuovi business primeggia il contrabbando di sigarette, primo banco di prova per l'allestimento di una rete che negli anni Settanta sarà riconvertita per il traffico di droga.
  Due settori di investimento particolarmente sviluppati negli Usa sono prostituzione e gioco.
  Il controllo dei grandi casinò consente guadagni ingenti.
  E sul gioco clandestino si sintonizza anche la mafia siciliana che, però, nell'isola punta soprattutto allo sviluppo edilizio controllando alcune imprese, imponendo tangenti ai costruttori, provvedendo a piazzare capicantiere e guardiani.
  Ai rampolli dei vecchi patriarchi si affiancano così gli esponenti di una mafia cresciuta sui nuovi business, a cominciare dal contrabbando.
  Si parla di due modi di intendere il crimine.
  E scattano frizioni destinate a tradursi in agguati, delitti, stragi con una netta contrapposizione fra vecchi e nuovi mafiosi per il controllo del contrabbando, del mercato ortofrutticolo, del mercato ittico e delle aree edificabili.
  Soprattutto per quest'ultimo ramo di interesse risultava indispensabile il collegamento con il mondo politico.
  Si trattava di mettere le mani sulla città e Palermo fu la preda di un famelico gruppo di potere che s'impossessò del Comune per oltre vent'anni con uno svantaggioso e dispendioso controllo di due ricchissimi rami di attività, quelli delle manutenzioni stradali e dell'illuminazione pubblica.
  Dominus incontrastato nel regolare il flusso degli interessi fu Vito Ciancimino, ponendosi come punto di incrocio ufficiale e non ufficiale per i partiti di maggioranza e di opposizione.

  Sono gli anni dei comitati d'affari su Palermo e chi ne trae vantaggio sono soprattutto la Cassma del conte Arturo Cassina e, successivamente, L'Icem dell'ingegnere Roberto Parisi, due ditte che, senza gare trasparenti si aggiudicano rispettivamente l'appalto delle fognature e quello dell'illuminazione.
  Ci vorranno le devastazioni degli anni Settanta per cominciare a invertire rotta solo a metà degli anni Ottanta, quando la verità sul municipio di Palermo non potrà più essere celata perchè ormai hanno fatto la loro comparsa giudici di pasta diversa da quelli del passato.
  A cominciare dal procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, dal consigliere istruttore Rocco Chinnici e dal suo pupillo, Giovanni Falcone.


  Contro la mafia

  I giudici del pool antimafia squarciano il silenzio sui comitati d'affari, incriminano Ciancimino, crolla il sistema delle protezioni e s'insedia al Comune un prefetto nei panni di commissario straordinario.
  A lui l'ingegnere Parisi si rivolge per chiudere con il passato ma la punizione non si fa attendere.
  L'omicidio chiude un'epoca e ne apre un'altra di terrore per molti imprenditori.
  Frattanto, comunque, anche le ditte controllate da Cassina vedono venire meno la manna del Comune che affida i vecchi appalti a nuove aziende.
  In futuro il giudice Falcone scoprirà che anche sui nuovi appalti si proietta l'ombra di Ciancimino e, intanto, la vecchia guardia del potere comunale, sconvolta dal ruolo dirompente guadagnato da un giovane e agguerrito sindaco come Leoluca Orlando, non si rassegna al prepensionamento.
  Troncati i flussi sospetti o illegali di guadagno, i dipendenti delle due imprese dovrebbero essere trasferiti a quelle che vincono i nuovi appalti voluti da Orlando, all'epoca punta di diamante del "rinnovamento" dc.
  In effetti, le nuove imprese non possono rilevare una manodopera appesantita da assunzioni clientelari.
  Di qui una fase di acuta incertezza sul futuro di Palermo, una città percorsa da un brivido quando gli operai improvvisamente senza lavoro scendono in piazza alzando cartelli dal contenuto provocatorio:
  "Ciancimino sindaco" e "Viva la mafia" perchè "con la mafia c'è lavoro".
  Si inneggia cosi all'uomo che dai giudici di primo grado nel processo del '92 sarà indicato come un mafioso collegato all'alta mafia appunto quella di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, i due "corleonesi" ex luogotenenti di Luciano Liggio.
  Sono questi pugni nello stomaco a provocare una reazione in tutto il Paese e ad acccrescere una attenzione moltiplicata dall'esito del primo grande processo alla mafia incardinato dal pool di Antonino Caponneto sulle dichiarazioni di alcuni pentiti e, soprattutto, sul cosiddetto Teorema Buscetta per cui nulla accade in un determinato territorio se la Cupola, cioè il governo della mafia. non vuole.
  Caponnetto prende il posto di Rocco Chinnici, coraggioso magistrato dilaniato da un'autobomba, e sfida la mafia facendo leva sui "delfini" dello stesso Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le vittime della terribile estate del '92 quando scatta la Grande vendetta di Cosa Nostra per azzerare la memoria storica del gruppo in guerra con la mafia.
  Un attacco con il quale si tenta di annullare le speranze accese con la stagione dei maxiprocessi.
  Il primo Grande Processo con le diciannove condanne all'ergastolo e i 2600 anni di carcere inflitti a 323 mafiosi dopo 349 udienze erano il primo passo verso il riscatto di una Sicilia offesa soprattutto dal massacro dei Dalla Chiesa del 3 settembre 1982, giorno in cui il cardinale Salvatore Pappalardo aveva paragonato Palermo a "Sagunto espugnata" e un cittadino anonimo aveva lasciato un cartello sul luogo del delitto:
  "Qui è morta la speranza dei palermitani onesti".
  E stato lento, accidentato, soggetto ad alti e bassi, ma il cammino della speranza, spesso scoraggiato o soffocato, è andato avanti rinascendo ogni volta più forte e robusto, trasformandosi in un richiamo rivolto soprattutto alle giovani generazioni raggiunte da messaggi e spot antimafia perchè sveglino le loro coscienze e quelle di chi hanno vicino.
  E questo l'obiettivo di vere e proprie campagne d'opinione contro la droga, contro la mafia.
  Contro il sopruso, contro il racket nel commercio e nell'industria.
  Sempre più numerose le parole d'ordine veicolate attraverso adesivi incollati alle cabine telefoniche, nei gabinetti delle scuole, sui vetri degli scompartimenti ferroviari:
  "Chi tace acconsente", "Ora basta", "Falcone vive", "Meglio un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino".
  "Falcone made in Sicily".
La parola, l'informazione, lo scambio di idee sono stati sempre i veri nemici della mafia che, per governare, ha bisogno di silenzio.
  Molti sperano che tutto questo innesti davvero la rivolta morale contro una "piovra" intanto minacciata da uno Stato pronto ad attrezzarsi con un Fbi italiano, la Dia, e con la Superprocura.
  Candidato naturale, ma contrastato, alla direzione dell'ufficio di coordinamento delle indagini antimafia è Giovanni Falcone.
  Scattano anche polemiche astiose soffocate d'un colpo il 23 maggio 1992 quando, devastante, tuona l'apocalisse della mafia con seicento chili di tritolo piazzati sotto l'autostrada Palermo-Punta Raisi.
  Così uccidono l'uomo simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone, il giudice che muore con la moglie Francesca Morvillo e tre dei sette agenti di scorta.
  La strage segue di due mesi l'omicidio dell'eurodeputato dc Salvo Lima e, sessanta giorni dopo.
  Il boato di un vero e proprio bombardamento esplode su una Palermo in ginocchio.
  Per uccidere il giudice Paolo Borsellino la mafia e chi se ne serve utilizza infatti un'autobomba piazzata in via D'Amelio, una strada dove fra quattro palazzi devastati, trenta macchine accartocciate e annerite, al centro di un orrendo e macabro scenario, restano maciullati, mutilati e bruciati i corpi del magistrato e dei cinque agenti di scorta, tra i quali Emanuela Loi, la prima donna poliziotto uccisa in un massacro mafioso.

  Fonte: www.tesinamafia.it
  Da un'idea di William Olivieri
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